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Posto sul Colle di Cerezzata, una curtis che, nell’XI secolo, era parte dei territori sotto il controllo dei cluniacensi del monastero di Rodengo, il Santuario della Madonna dell’Avello vede la sua attuale costruzione legata ad un miracolo mariano: una pastorella sordomuta, portando il gregge al pascolo, avrebbe incastrato il proprio bastone in una pietra e, tentando di disincastrarlo, avrebbe emesso un grido, riacquistando miracolosamente la parola. All’accorrere della popolazione sul luogo, la roccia avrebbe rivelato al suo interno un’immagine mariana scolpita, identificata con quella oggi conservata sull’altar maggiore del santuario. Il nome “Avello” deriva probabilmente dalla contrada Lavello, in cui la chiesa venne edificata, ma non è escluso che il possa originarsi dalla presenza di un vero e proprio avello, un sarcofago o vasca in pietra, reimpiegato come bacile per l’acqua.

Nel corso degli scavi del pavimento, sono stati rinvenuti frammenti marmorei di capitelli e colonne, appartenenti ad un edificio più antico, che, come è stato possibile ricostruire, presentava un orientamento opposto a quello attuale. Quella che noi percepiamo attualmente è la chiesa costruita nel XV secolo, periodo in cui l’aula subì un riorientamento e assunse l’aspetto odierno, conformandosi su stilemi tipologici propri della pieve lombarda: un’ampia navata unica, con contrafforti su cui si impostano arconi trasversi, conclusa da un sacello con funzione di presbiterio. Tra 1511 e 1534, secondo le date riportate dagli affreschi nello spazio liturgico, la chiesa subì un ulteriore ampliamento, aggiungendo la prima campata e andando a creare una nuova facciata, abbattendo l’abside tripartita, costruendo un lungo presbiterio che andò a inglobare la preesistente struttura del campanile.

Della fondazione più antica restano ancora tracce evidenti: il sagrato reca ancora traccia del perimetro delle fondazioni della prima cappella absidale e parte della facciata medievale sopravvive all’interno del campanile. D’altro canto, il presbiterio antico, aperto verso l’esterno, sopravvisse fino al 1691, quando si ordinò la chiusura dell’ingresso principale con muri e un cancello, per impedire l’ingresso di animali. Il portone di ingresso oggi è inquadrato da una cornice barocca in linea con l’altar maggiore.

La navata conserva il segno della pietas religiosa della comunità, con numerose iconografie dedicate alla Vergine, dedicataria della chiesa, e santi taumaturghi. L’affresco di maggior qualità pittorica è da identificarsi nel finto polittico sul lato destro della controfacciata: organizzato come una vera e propria pala centinata dipinta, si struttura come celebrazione dell’ortodossia, attraverso la simbologia eucaristica che si esprime nell’Incarnazione, rappresentata dalla Madonna con il Bambino nel registro principale, e dalla figura del Cristo emergente dal Sepolcro, affiancato da due angeli. L’opera, datata 1511, è di mano di un maestro aggiornato alla cultura rinascimentale milanese e in particolare di Ambrogio Bergognone.

Sulle pareti, la decorazione, che vide il coinvolgimento di frescanti diversi, a partire dal primo decennio del Cinquecento, tra questi l’itinerante Maestro di San Cassiano, è organizzata su fasce diverse, con incorniciature che si richiamano alla tipologia della pala quadra. Accanto alla Madonna con il Bambino, che è rappresentata numerosissime volte, anche nell’iconografia della Virgo Lactans, compare Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, e i Santi Rocco e Sebastiano, invocati contro la frequente piaga della pestilenza.

Chiude lo spazio liturgico un complesso apparato, formato dall’ancona marmorea, raffinata opera compiuta nel 1764 su progetto di Domenico Carboni (1727-1768), autore di macchine liturgiche e apparati effimeri, e dall’altare maggiore, insieme di marmi diversi composti e rifiniti da Gerolamo Ambrosi nel 1739. Questo arredo fisso barocco inquadra la statua della Madonna col Bambino, un’opera plastica policroma del XV secolo.

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