Rovato

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Forse di fondazione longobarda, come la vicina Chiesa di San Michele al Montorfano, Santo Stefano, ubicato alle pendici del colle, subì, nel corso dei secoli, una serie di importanti modifiche, che comportarono un allargamento degli spazi della navata liturgica, a cui vennero affiancate due navate laterali, e una conseguente riformulazione della facciata, che assunse i classici profili a capanna. La facciata attuale, con profilo a salienti e grande rosone centrale, fortemente debitrice della fronte medievale di San Francesco a Brescia, è invece frutto di un intervento recente, risalente agli anni ’40 del Novecento.

Nell’ambito di una fervente attività edilizia che coinvolse Brescia e il suo territorio nel pieno XV secolo, la Chiesa di Santo Stefano venne radicalmente ristrutturata, a cominciare dal quarto decennio del Quattrocento e trasformata in un corpo longitudinale a tre navate, la cui esatta datazione resta problematica. Le navate presentano, infatti, sostegni che rispondono a linguaggi architettonici distinti: la navata settentrionale mostra una teoria di arconi a sesto acuto, legata ancora a canoni gotici, mentre quella meridionale presenta un’unica grande arcata di gusto più aggiornato. La navata è chiusa ad est dal braccio presbiteriale tripartito e voltato a crociera, introdotto nella navata centrale da un grande arcone a tutto sesto.

Tutto lo spazio sacro preserva un ricco palinsesto di pittura murale: sulle pareti delle navate e persino sugli elementi di sostegno, si moltiplicano riquadri devozionali che vanno dal XIV fino al primo quarto del XVI secolo e accompagnano il visitatore in un percorso che ha il suo focus visivo nel presbiterio, con la figura del Pantocrator circondato dal tetramorfo.

Un affresco trecentesco si preserva ancora, sulla controfacciata, testimoniando che l’ampiamento della fabbrica fece buon uso dei muri d’alzato della chiesa medievale: il riquadro, che mostra S. Martino nell’atto di tagliare un elegante mantello soppannato di vaio e donarlo al povero, sullo sfondo di una cinta merlata di mura, mostra ancora forti richiami alla cultura di Guariento a Padova.

Ma il vero focus dello spazio dipinto è il presbiterio, un vero caleidoscopio di colori vivacissimi, compiuto da un artista aggiornato ai modi dei maestri del Quattrocento bresciano, in particolare Paolo da Caylina il Vecchio e Vincenzo Foppa, e influenzato dalla cultura architettonica dei grandi cantieri rinascimentali, primo fra tutti il Palazzo Loggia. Nel primo registro, sotto un portico sorretto da colonne classiche, si svolgono gli episodi della vita di Santo Stefano, dedicatario della chiesa, in parallelo con episodi della Passione di Cristo. Particolarmente significativa la scena della lapidazione, che mostra sullo sfondo una veduta del Castello di Rovato dopo le ristrutturazioni del 1470.

In asse con la Crocifissione, il catino absidale è dominato dal Pantocrator nell’amigdale, circondato dai simboli dei Quattro Evangelisti e sospeso su un paesaggio che sembra rievocare quello della Franciacorta e del vicino Sebino.

All’interno del santuario è venerata un’immagine mariana, a cui è riservata la cappella voltata che chiude la navata destra della chiesa: si tratta di una Madonna della Rosa, tipologia iconografica che conobbe larga diffusione nel XV secolo sul territorio bresciano, stilisticamente affine a un riquadro consimile presente nella Chiesa di Santa Maria in Favento ad Adro.

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