Sulzano

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Sulla cresta dei monti posti sul confine tra Polaveno e Sulzano, con uno spazioso affaccio sul Lago d’Iseo a ovest e sulla Val Trompia a est, sorge il complesso di edifici della Madonna del Giogo, antico cenobio monastico, citato già nel 1386 come proprietà del Monastero di Sant’Eufemia a Brescia. Proprio in Sant’Eufemia, nel 1508, il diciassettenne Girolamo Folengo prese i voti e assunse il nome di Teofilo, e tra il 1537 e il 1538, già autore di numerose opere in latino maccheronico, trascorse un periodo in ritiro presso la dipendenza di Santa Maria del Giogo.

La chiesa attuale risale verosimilmente agli ultimi decenni del XIV secolo e si presenta come edificio semplice, ad aula unica di impianto longitudinale, scandita da contrafforti su cui si impostano grandi archi trasversi che, a differenza del classico edificio pievano, presentano un sesto leggermente acuto e fortemente ribassato. La copertura originale, oggi fortemente restaurata, doveva presentarsi a travi lignee e tavelle in cotto, allineata alla tradizione dell’edilizia sacra tardomedievale locale. La facciata è caratterizzata da un accesso voltato e fornito di due sacelli laterali, che inquadra l’ingresso principale e prepara il fedele al raccoglimento dello spazio sacro. Completa il complesso la massiccia struttura squadrata e tozza del campanile, la cui posizione inusuale, unita alla singolarità del portico ad un unico fornice, farebbero ipotizzare un riorientamento della chiesa e una collocazione del primitivo presbiterio presso l’attuale facciata. Tali opere di riorientamento non erano affatto inusuali e facevano parte dell’adeguamento degli spazi sacri medievali, come dimostra anche il vicino caso del Santuario della Madonna dell’Avello ad Ome.

Tutta la superficie della chiesa doveva essere completamente ricoperta da affreschi, che dovevano colorare anche i muri esterni, oggi completamente ricoperti da uno spesso strato di intonaco. Si sono preservati gli affreschi interni, che emergono maggiormente sulla parete sinistra della prima campata, dove interventi diversi, distribuiti tra la fine del XIV e il XVI secolo, si sommano uno all’altro, creando un vero e proprio palinsesto pittorico distribuito su più registri sovrapposti. Accanto alle immagini della Vergine Maria, dedicataria del luogo, si affiancano i santi invocati a scopo taumaturgico, come Santa Lucia, San Bartolomeo e San Rocco, santo novello invocato contro la pestilenza. Di tutti i riquadri preservati, particolarmente interessante è quello dell’Ultima Cena, collocato sul secondo registro e appartenente ad uno strato pittorico più antico, a cui si sovrappose, nel primo XVI secolo, una sacra conversazione, e che mostra una particolare vivacità nella resa della tavola imbandita, completa di brocche, piatti e posate che spiccano sulla tovaglia di candida stoffa. Ma il riquadro di maggior rilievo è da identificarsi con una Madonna con il Bambino, primo riquadro del secondo registro: la Vergine, figura falcata ed elegante, assisa su un trono gotico e circondata da angeli, che stendono alle sue spalle un drappo d’onore, presenta un forte debito con il polittico di San Siro (Cemmo) attribuito al cosiddetto Maestro Paroto, colto esponente di spicco dell’arte tardogotica.

In fondo al presbiterio, sormonta l’altare una soasa di architettura classicheggiante, oggi completamente intonacata, con un frontone a profilo curvilineo sorretto da una coppia di colonne, con fregio riccamente ornato, che inquadra, al centro, tre nicchie abitate da statue lignee: l’immagine centrale della Vergine è di fattura recente, opera del XX secolo della bottega dei Poisa, ma i due santi che l’affiancano, Benedetto e Bartolomeo, pur fortemente restaurati, sono frutto della cultura scultorea del XVII secolo.

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